Commento alla Filosofia della natura, Capitolo 32
La questione dell’evoluzione
Il passo viene di solito citato in forma abbreviata, e l’abbreviazione manca il punto. Il § 249 recita per intero: “La natura è da considerare come un sistema di gradi, di cui uno procede necessariamente dall’altro ed è la verità più prossima di quello da cui risulta, ma non in modo che l’uno sia generato naturalmente dall’altro, bensì nell’idea interna che costituisce il fondamento della natura.”
Le due metà appartengono insieme. Hegel non contesta il procedere, ma una determinata concezione di esso: la generazione temporale. Ed egli dice contro cosa si rivolge — contro “il cosiddetto procedere, ad esempio, delle piante e degli animali dall’acqua e poi il procedere delle organizzazioni animali più sviluppate da quelle inferiori”, che si sarebbe “relegato nell’oscurità del passato” per renderlo più chiaro.
Lo stesso mostrano le Lezioni: lì si legge “I gradi devono necessariamente procedere l’uno dall’altro” e “le differenze nella natura procedono necessariamente l’una dall’altra”.[1] La disputa non riguarda il procedere, ma se esso vada colto concettualmente o temporalmente.
Il primo motivo è legato al tempo — ma non all’ignoranza. Stekeler sottolinea che Hegel conosceva i pensieri evolutivi del suo tempo: le dottrine anteriori a Charles Darwin risalgono a suo nonno Erasmus, poi a Lamarck e Cuvier.[2] Hegel sottolinea addirittura — molto prima di Charles Darwin e con conoscenza di Erasmus — il carattere temporale e storico dello sviluppo della vita terrestre.
Ciò che egli rifiuta non è dunque il pensiero, ma la sua elaborazione dell’epoca. La dottrina di Lamarck del 1809 gli apparve meccanicistica — una serie di casualità, da cui non segue nessun concetto. Questa obiezione colpiva le teorie del suo tempo. Il meccanismo di Darwin del 1859 è costruito diversamente e possiede la struttura dell’autosuperamento: l’eredità conserva ciò che si è mantenuto; la variazione genera differenza a partire dal patrimonio stesso; la selezione fa valere ciò che tiene.
La seconda ragione pesa di più, e non sta nella filosofia della natura. Il concetto hegeliano di genere è esso stesso pensato come immutabile: “Gli individui nascono e periscono, il genere è ciò che permane in essi, ciò che in tutto ritorna.”[3] L’autosoppressione è così pensata all’interno del genere — l’individuo perisce, la specie permane —, mentre in Darwin la specie stessa cambia. Che cosa ne segua per la Logica di Hegel, e quanto là costi la ripresa, lo sviluppa Teleologie.
Per questo volume ne segue altro. La domanda non è se la Logica possa cogliere l’evoluzione, ma se la dottrina dei gradi della filosofia della natura regga senza un concetto mobile di genere. Regge — ma solo perché Hegel non fonda affatto l’ordine delle figure sulla loro provenienza, bensì le dispone secondo una centralizzazione crescente (capitolo 28). L’ordine sopravvive al mutamento del concetto di genere; la ragione per cui Hegel respinge la generazione temporale non vi sopravvive. [KF]