Commento alla Filosofia della natura, Capitolo 27
Ciò di cui tratta l’organica
Pirmin Stekeler lo dice in una frase che apre l’accesso: „Ciò che Hegel chiama organica è semplicemente lo stesso che biologia.“[1] Questo solleva: si tratta di esseri viventi, non di una potenza naturale segreta.
E traccia il confine che va tracciato qui: parlare di un’autoformazione di corpi fisici è una metonimia. Un corpo non vivente non è propriamente un soggetto; esistono però processi fisici di autoconservazione. La piena soggettività risulta solo nei processi vitali — „la vita è in sé conservazione della forma e per sé autopoiesi“.
La meccanica pensava l’esser-fuori-l’uno-dell’altro come singolarizzazione, la fisica come individualità. Ora arriva il passo verso cui entrambe tendevano: il centro a cui le parti si riferiscono si trova nello stesso corpo delle parti stesse.[2]
Neuser riassume ciò che ne consegue: gli organi hanno il loro centro nell’organismo comune e sono soltanto ciò che sono in esso. L’organismo è l’interazione reciproca dei suoi organi: un’interazione che si compie in parti.
Su cosa poggiare questo. Hans Jonas ha trovato la formula che Winfield riprende: un organismo rimane lo stesso rimanendo materialmente non lo stesso. Una pietra conserva la propria identità attraverso la costanza del suo materiale; un organismo la conserva attraverso un processo che scambia continuamente il proprio materiale.[3]
Con ciò l’identità organica non è l’identità della sostanza, bensì la continuità di una forma che si rinnova. L’organismo non è una cosa che possiede in aggiunta un ricambio metabolico — esso è l’accadere organizzato del proprio ricambio metabolico.
I tre gradi si ordinano secondo quanto l’autoattività in essi sia effettivamente reale.
Da cosa dipende il salto. Gli oggetti delle sezioni precedenti esistono per altro. Il pianeta orbita intorno al sole, ma non per sé stesso; il sale nasce da acido e base, ma non ha alcun riferimento a sé. La vita si riferisce a sé stessa — i suoi processi non servono a scopi esterni, ma alla propria conservazione.
Con ciò è liquidato anche il sospetto di vitalismo che occasionalmente colpisce Hegel. Stekeler lo formula con precisione: l’esser-vivente di un vivente è qualcosa di interiore solo nella misura in cui è l’istanziazione di un processo vitale immanente alla specie, l’attualizzazione di una forma specifica.[4] Le cose naturali morte non “rientrano in sé” per trovarvi un’anima — e altrettanto poco lo fanno quelle vive.
Il “sé” non è qui un’aggiunta mistica, bensì una qualità strutturale: il modo in cui un nesso è organizzato. Chi lo legge misticamente manca la cosa; chi lo liquida come mero modo di dire, altrettanto. [KF]