Kommentar zu Hegel und Marx, Capitolo 7

Ciò che coglie nel segno in Marx

La dizione produce un’apparenza, e l’apparenza ha conseguenze. Essa fa apparire la filosofia come la conoscenza di un’istanza a cui la realtà sarebbe subordinata; chi legge in questo modo trova in Hegel un mondo prodotto da un concetto. Che questa lettura manchi l’intento non toglie nulla al fatto che le stesse formulazioni di Hegel la sostengano — e Marx gliene fa rimprovero, a ragione.

Il secondo punto va più a fondo. Hegel tende a scambiare la piena conoscenza concettuale di un oggetto per la sua riconciliazione. Che lo Stato moderno si lasci comprendere nella sua necessità significa, in certi passaggi, che quello Stato avrebbe realizzato la ragione. Così vengono fatte coincidere due cose che devono restare separate: il compito che un’istituzione dovrebbe assolvere, e la questione se essa lo assolva davvero. Chi fa coincidere le due cose ha trasformato un criterio in una descrizione, e con il criterio non può più misurare nulla.

Il terzo punto è il più palpabile. Hegel riprende determinazioni della costituzione prussiana del suo tempo — la monarchia ereditaria costituzionale, l’articolazione per ceti, il ruolo della burocrazia — e conferisce loro, nel corso dell’esposizione, l’apparenza di una necessità concettuale. Marx lo mostra su singoli paragrafi. Ciò che deriva dall’empiria appare come dedotto.

A ciò si aggiunge un’osservazione metodologica che va oltre l’occasione specifica:

“L’importante è che Hegel fa ovunque dell’idea il soggetto e del soggetto vero e proprio, reale, come la ‘disposizione politica’, il predicato. Lo sviluppo però procede sempre dal lato del predicato.” (MEW 1, 209)

Il movimento reale si svolge presso i rapporti reali. Questo è giusto, ed è una frase che Hegel dovrebbe sottoscrivere, se solo prescindesse dalla propria dizione.