Commento alla Filosofia della natura, Capitolo 42

Cosa intraprendono entrambi

Rosenkranz e Michelet hanno eseguito ciò che Erdmann ha abbozzato: ciascuno un libro, ciascuno con la pretesa di portare la filosofia della natura di Hegel al livello del proprio tempo. Essi risolvono diversamente lo stesso problema, e la differenza non sta dove le date la farebbero supporre.

Il sottotitolo di Michelet è un programma: “Sul fondamento dell’esperienza”. Egli non vuole dedurre, ma elevare induttivamente la materia delle scienze naturali a principi e poi immergere questi ultimi nella materia — entrambe le vie devono coincidere. Al tempo stesso mantiene ferma la filosofia come forza ordinatrice: senza di essa il sapere empirico resterebbe una “raccolta disordinata di singolarità”.

Nella sua prefazione compare l’accusa di cui qui si tratta — ed è lui stesso a formularla. I fisici rimproveravano alla filosofia “di restare, di fronte all’incessante affluire di conoscenze empiriche sempre nuove, specialmente nei nostri tempi, indietro rispetto ai tesori acquisiti, e di costruire le proprie affermazioni su qualcosa che è da tempo superato”. La risposta di Michelet è sobria: “Conosco benissimo questo scoglio, e mi sono adoperato con tutte le mie forze per doppiarlo.”[1]

Questo fu scritto nel 1876, un quarto di secolo dopo Rosenkranz e quarantacinque anni dopo la morte di Hegel. L’accusa è dunque antica quanto la cosa stessa, e la risposta dei filosofi della natura è sempre stata la medesima: avvicinarsi di più all’empiria.

Il suo motto conduttore proviene da Hegel, dalla sua discussione del metodo aristotelico: “Il fatto considerato in modo esauriente da ogni lato e ben ponderato — questa è la speculazione stessa.” Michelet dice di averlo “sempre preso a guida delle mie ricerche”.

Questa frase è il miglior commento alla domanda su cosa debba essere la filosofia della natura: non un’alternativa alla ricerca dei fatti, ma la loro considerazione completa.

Ciò che rende Michelet autonomo, e ciò che costa. Tre osservazioni tratte dal libro stesso.

Egli dichiara la propria fallibilità. Alla fine della prefazione chiede indulgenza agli “uomini del mestiere”, nel caso gli fosse sfuggito qualcosa di più importante — “come per esempio un pianeta, o un pianetino, di quelli che anche ai microscopi dell’astronomo sono più volte sfuggiti”. Lo sguardo ironico rivolto di sfuggita alla storia dei pianeti si sente chiaramente. E conclude: “Accoglierei dunque con gratitudine ogni correzione e integrazione delle mie tesi, da qualunque parte provenga.”

Egli mette in guardia entrambe le parti. Il suo scopo dichiarato è “fornire ai rappresentanti delle scienze naturali empiriche dei punti di vista per un nuovo modo di procedere, ma anche mettere in guardia i filosofi dal trascurare, in un andamento di pensiero unilaterale, i risultati dell’esperienza”. Il duplice avvertimento è il pregio maggiore del suo programma — e manca in Hegel, che mette in guardia solo in una direzione.

E paga un prezzo. L’inizio della sua filosofia della natura scade nell’immagine: la natura sarebbe “il mutevole Proteo”, “la Sfinge greca”, “la dea Iside, che un velo nasconde e che nessun mortale ha ancora sollevato”. Ciò a cui si allude è la determinazione sobria di Hegel — la natura come esser-altro dell’idea, di fronte alla quale siamo insieme estranei e affini. Michelet la rende visibile e in cambio rinuncia alla sobrietà.

Ogni attualizzazione può trarne una lezione: chi vuole rendere accessibile un pensiero astratto ricorre a immagini — e le immagini portano con sé significati che il pensiero non aveva. Nel caso di Iside col velo, è l’inconoscibilità, ciò che Hegel invece contesta espressamente.

E come regge la trattazione? Un passo tratto dalla matematica (p. 45) è istruttivo perché mostra come lavora il metodo — e quanto facilmente lo si può fraintendere.

Michelet vi riferisce di Rosenkranz: “Il progresso dal punto alla sfera lo descrive Rosenkranz […] molto bene, all’incirca così: che gli elementi di configurazione compaiono in numero sempre maggiore: il punto sarebbe l’Uno, l’angolo il Due, il triangolo la Triade, il quadrilatero la Tetrade, fino al poligono di infiniti lati.”

A una prima lettura ciò sembra simbolismo numerico. Non lo è: Triade e Tetrade sono termini numerici greci, e la serie enumera elementi costitutivi — un triangolo ne ha tre, un quadrilatero quattro. Ciò che a Michelet piace in questo è la descrizione di un progresso, non una tesi sull’essenza dei numeri.

Ciò che il passo mostra realmente. Subito dopo Michelet traccia un confine utile: la geometria non apparterrebbe “propriamente alla filosofia, perché non sviluppa i suoi oggetti dialetticamente l’uno dall’altro, ma procede lungo il filo dell’identità dell’intelletto”. L’identità a cui essa mira sarebbe una “in cui le differenze restano esteriori, indifferenti l’una all’altra”.

La formulazione è precisa e inquadra anche il riferimento precedente: la serie degli elementi di configurazione procede lungo il filo dell’identità dell’intelletto, e Michelet lo sa — per questo la colloca sotto la geometria e non sotto la filosofia.

Dove va oltre Hegel: i tre modi di conoscenza della natura. Michelet inizia la sua filosofia della natura con una distinzione che Hegel non fa in questo modo (§ 165). Distingue tre modi di conoscere la natura, e li ordina secondo il rapporto tra intuizione e concetto:

Il senso naturale — qui “il sensibile e l’universale, guscio e nocciolo, sono immediatamente uno”. L’esser-altro della natura non emerge ancora affatto. Suo testimone è Goethe, che egli cita: “Esiste un’empiria delicata, che si identifica intimamente con l’oggetto e diviene con ciò la vera teoria.”

La fisica empirica — qui l’opposizione dei due lati è “il presupposto permanente”, nonostante il loro relativo legame. L’esser-altro è giunto a piena coscienza.

La filosofia della natura — qui entrambi i lati si muovono “dall’opposizione a una riconciliazione cosciente e mediata reciprocamente, e solo con ciò compiuta”.[2]

La gradazione ha una ragione indicabile: ciò che dapprima non emerge affatto, giunge in secondo luogo a piena coscienza, per essere in terzo luogo superato all’interno della propria sussistenza. Ed essa risponde a una domanda che Hegel lascia aperta — in quale rapporto stia la filosofia della natura con la fisica empirica. Non come concorrenza né come sovrastruttura, ma come lo stadio in cui la loro opposizione fondamentale diventa essa stessa oggetto.

Notevole è anche ciò che egli respinge a questo proposito. Contro il verso di Haller, secondo cui la natura avrebbe separato nocciolo e guscio, egli sostiene: “dobbiamo dire che vogliamo penetrare attraverso il guscio esterno di questo esser-altro della natura fino al suo nocciolo più interno”. Questa è la stessa obiezione che Hegel muove contro l’essenza “dietro” l’apparenza — qui applicata alla conoscenza della natura.

Il secondo luogo: perché in lui la matematica appartiene alla meccanica. Hegel tratta spazio e tempo come inizio della meccanica; Michelet ne fa un capitolo a sé, “La matematica”, con spazio, tempo, geometria e aritmetica (§§ 169–187). La sua motivazione sta nel § 168, ed è la distinzione di piani che attraversa questo volume dall’inizio alla fine:

“Se cominciamo con la natura meccanica, a cui sta a fondamento la categoria della quantità: qui non abbiamo più a che fare, come nella logica, con il pensiero puro della quantità, bensì con la natura quantitativa, cioè con la quantità come una figura reale.”[3]

E qui è necessaria una correzione, resa possibile solo da un ritrovamento tardo: il capitolo di Michelet non è una novità, ma un ritorno.

L’Enciclopedia norimberghese di Hegel del 1812/13 — lezioni per la classe superiore, mai destinate alla pubblicazione — articola la scienza della natura esattamente in questo modo: una prima parte “Matematica” con geometria, aritmetica, “analisi dell’infinito” e matematica applicata, e solo dopo “La fisica in generale” con la meccanica.[4]

La motivazione di Hegel là è la stessa di dopo: “Spazio e tempo costituiscono l’esserci del tutto ideale ossia la pura forma sensibile” (§ 21) — solo che nel 1812 ne trae la conclusione che essi vadano prima della fisica, e nel 1830 quella che ne siano la prima sezione.

Quale disposizione regge meglio? A favore della seconda parla il fatto che non genera alcuna frattura: spazio e tempo sono determinazioni dell’esser-fuori-l’uno-dall’altro, e l’esser-fuori-l’uno-dall’altro è l’oggetto della meccanica. Una sezione a sé “Matematica” dovrebbe spiegare come si passi da essa alla materia — e proprio questo passaggio Hegel nel 1812 non lo possiede.

A favore della prima parla un’osservazione che Hegel stesso vi fa e che nella ristrutturazione andò perduta. Sulla matematica applicata dice: “La matematica applicata dimostra bensì; ma se si osservano più da vicino queste dimostrazioni, si trova che essa presuppone il fatto e ne deriva la dimostrazione. La derivazione dall’esperienza la fa passare per dimostrazione della legge.”

Questa è un’obiezione precisa — e riguarda esattamente ciò che questo volume critica in Newton e in Michelet: che dall’ordinamento di un dato empirico si faccia una dimostrazione. Che Hegel la formuli nel 1812 a proposito della matematica e non più in seguito è una perdita.

Il capitolo di Michelet non sta dunque contro Hegel, ma contro il Hegel più tardo — e con quello più antico.

Ed egli poteva saperlo. I manoscritti norimberghesi erano accessibili fin dall’edizione degli amici: Rosenkranz li pubblicò come Propedeutica filosofica, e da allora figurano nelle edizioni delle opere. Ciò che si è aggiunto nel 2002 è la trascrizione delle lezioni — dunque ciò che Hegel diceva in aggiunta a ciò che dettava.

Che Michelet non citi il riferimento è dunque una decisione, non un’ignoranza. Forse voleva far valere il capitolo come un proprio risultato; forse riteneva il ricorso così ovvio da non doverlo menzionare.

Notevole è il procedimento stesso: gli allievi ricorrono a una versione che Hegel aveva scartato — e lo fanno senza discutere lo scarto. Rosenkranz fa lo stesso per la logica: intende la propria rielaborazione come un ritorno all’ordinamento norimberghese.

E la conseguenza strutturale: “Poiché la meccanica, sebbene sia solo un lato della natura, in quanto tale è a sua volta una totalità, dato che ogni stadio della filosofia si presenta appunto come un tutto, la natura quantitativa costituisce a sua volta l’oggetto di tre scienze.”

Da ciò risulta la serie: prima la meccanica ideale o formale, in cui il cadere-fuori-l’uno-dall’altro è bensì presente sensibilmente, ma ancora astratto — “come si esprime Kant, le forme del tutto generali delle cose sensibili”; poi la realizzazione; poi il tutto.

Questa è una buona motivazione, e realizza qualcosa che Hegel lascia insoluto. Chi si chiede perché geometria e aritmetica compaiano in una filosofia della natura, in Hegel non trova una risposta chiara; in Michelet essa suona così: perché la natura quantitativa è una totalità e deve perciò essere essa stessa articolata.

Se lo si segua dipende dalla premessa che ogni stadio si presenti come un tutto. Questa premessa è presente in Hegel, ma, applicata coerentemente, porta a una moltiplicazione delle articolazioni — ed è proprio questo che rende l’opera di Michelet più ampia di quella di Hegel.

Il banco di prova: Darwin e la successione fossile. Qui si decide se il duplice procedimento regge — e non regge.

Michelet conosce Darwin e accetta la selezione naturale: attraverso la lotta per l’esistenza generi originari si sarebbero suddivisi in specie. Ma contesta la successione temporale delle forme di vita, e la motivazione sta parola per parola:

“Se però qui si vuole rappresentare la scala di gradazione delle formazioni vegetali e animali dalle erbe più basse fino al mammifero come una successione temporale, a seconda che esse compaiono negli strati inferiori o superiori: allora bisogna rispondere in linea di principio che piante e animali appartengono insieme, e non possono essere nati l’uno dopo l’altro, perché hanno bisogno l’uno dell’altro.”[5]

E gli strati fossili li spiega con diverse probabilità di essere seppelliti: “che le piante, cresciute al suolo, furono naturalmente le prime a essere sepolte; i rettili, i mammiferi e gli uccelli riuscirono sempre meglio a mettersi in salvo dalle acque rispetto ai pesci, senza per questo dover essere nati più tardi.”

La parola “in linea di principio” sostiene l’intero peso. Non è la paleontologia a correggere il sistema — è il sistema a decidere in anticipo cosa possano significare i fossili. Con ciò si rovescia il procedimento annunciato: induzione e deduzione dovevano coincidere; qui è la deduzione a determinare cosa possa risultare dall’induzione.

Nel merito la conclusione è insostenibile. Dall’attuale dipendenza ecologica non segue nulla circa una nascita simultanea — Michelet proietta un ecosistema sviluppato all’origine della vita. E le prime forme autotrofe ed eterotrofe non devono affatto corrispondere ai tipi successivi di “pianta” e “animale”.

Ciò che resta è una teoria della differenziazione tardiva delle specie: Michelet ammette ciò che noi chiamiamo microevoluzione per respingere ciò che noi chiamiamo macroevoluzione.

L’asimmetria che egli stesso nomina. La ragione sta nella prefazione: se si spezza un anello empirico del sistema, lo si può sostituire senza che il tutto ne sia toccato. Ciò suona come robustezza ed è un’immunizzazione — i fatti possono correggere singoli contenuti, ma non la successione dei gradi né le categorie.

Con ciò il duplice procedimento è impostato in modo asimmetrico prima ancora di cominciare. E proprio in questo sta l’insegnamento per ogni attualizzazione, anche quella odierna: una filosofia della natura rinnovata deve ammettere che una scienza nuova non si limiti a rioccupare posti nel sistema, ma riveda l’articolazione stessa. Chi lo esclude non ha un sistema capace di apprendere, ma una procedura di conferma.

Il secondo banco di prova: la teoria cellulare. Lo stesso schema, e qui la deduzione punto-linea-superficie vale davvero.

Michelet accoglie la teoria cellulare, cita Schleiden, Schwann e Müller, e assume la cellula come unità organica elementare: “Il germe, come punto materiale, è subito una cellula, la cellula originaria.” Contro la conseguenza atomistica — l’organismo sarebbe un aggregato di cellule autonome — si oppone giustamente; l’unità dell’organismo non consiste, accanto ai processi cellulari, in una particolare forza vitale, ma nella loro organizzazione. Questo è un nucleo permanente.

Ma poi: “Interroghiamo ora l’esperienza, e vediamo effettivamente che la forma della pianta subisce tre metamorfosi. Il semplice punto si estende da sé in linea, la linea diventa superficie, e la superficie infine si contrae nella superficie che racchiude. Ciò dà i tre processi: il germinare della pianta in se stessa, la sua diremazione verso l’esterno nella foglia, e il ritorno a se stessa nel bocciolo.”[6]

“Interroghiamo ora l’esperienza” — e ciò che essa risponde è stabilito prima. Le categorie spaziali sono così generali che quasi ogni formazione di forma può esservi ricondotta a posteriori. Non dicono come venga regolata la divisione cellulare, come sorga la differenziazione, da cosa sia governata la formazione degli assi. La novità della teoria cellulare viene accolta e insieme neutralizzata: alla cellula è permesso illustrare la morfologia più antica, ma non modificarne le categorie.

Il terzo banco di prova: il capitolo conclusivo medico. Qui si mostra con la massima chiarezza cosa produce il procedimento quando non è frenato da alcuna resistenza.

Michelet articola la febbre secondo la triade sensibilità — irritabilità — riproduzione: alla febbre dei nervi segue il passaggio nell’organismo sanguigno, poi l’organismo cade “nell’sovraeccitazione del sistema linfatico e della riproduzione in generale”. Il sudore appare come dissoluzione — come la “materia morbosa cotta, nella quale l’organismo appunto escerne la propria attività patologica”.[7]

E qui il meccanismo si mostra in forma pura. Michelet conosce le posizioni contrarie e le cita: Diesterweg spiega la febbre come innalzamento patologico del metabolismo muscolare, Virchow come “la legge del calore in condizioni mutate”. Il suo giudizio: “così entrambi hanno tenuto d’occhio soltanto questo secondo stadio della febbre.”

Il dato empirico non viene esaminato, ma inserito come aspetto parziale del proprio schema. Chi procede così non può essere confutato — ogni posizione contraria diventa una visione parziale.

Questo è il punto in cui dalla sistematicità nasce la pseudo-precisione: l’esposizione appare determinata, senza avere alcuna capacità di distinguere o di prevedere.

E lo schema costruttivo non è suo. La triade sensibilità — irritabilità — riproduzione è già presente in Rosenkranz, come articolazione dei tre sistemi vitali: linfa e metabolismo, sangue e muscoli, gangli e cervello. Ciò che in Rosenkranz è un ordinamento di ambiti funzionali diventa in Michelet la spiegazione del decorso di una malattia.

La speculazione medica di Michelet non è dunque un incidente della sua opera tarda. È l’applicazione coerente di un’articolazione che egli ha ripreso — e mostra cosa accade quando un ordine di aspetti viene letto come sequenza di eventi.

Cosa ne segue per il modo di trattare quest’opera. Il linguaggio di Michelet — formatosi all’eleganza francese, insegnò al Ginnasio Francese e proveniva da una famiglia ugonotta — suona oggi come se pretendesse più di quanto le frasi affermino. Una formula referenziale come “molto bene, all’incirca così” si legge come un giudizio su una tesi, ma è una cortesia verso un collega.

Chi esamina quest’opera deve dunque prima sottrarre la retorica per vedere cosa venga effettivamente affermato. Se la trattazione regga nel suo insieme non è così deciso — occorrerebbero più di semplici verifiche a campione.

Due saggi tratti dal suo testo mostrano come egli lavori.

Il primo riguarda i limiti dell’esperimento (§ 295) ed è ancora oggi utilizzabile dal punto di vista epistemologico. La difficoltà di sottoporre la natura organica all’esperimento risiederebbe “nella spontaneità di essa”: la vivacità individuale sarebbe così eccitabile e “resa capace, dalla molteplicità dei suoi processi, di reazioni così incalcolabili, che può essere esplorata mediante l’esperimento solo in modo assai approssimativo”. E poi la frase decisiva: “Un esperimento sul corpo organico morto, però, non coglie più la vita, che ne costituisce appunto la peculiarità, ma solo il suo presupposto inorganico, meccanico e chimico.”[8]

Non una derivazione da categorie, dunque, ma un’osservazione sulla portata di un metodo — e coglie nel segno. A ciò si aggiunge un’osservazione sull’esperimentare in generale, rivolta contro la metafora della tortura di Bacone: i buoni esperimenti sarebbero “non tanto un torturare la natura per estorcerle una confessione, quanto la levatrice che scioglie gradualmente e dolcemente, per portare il fenomeno e il suo processo a un’apparenza chiara e completa”.

Il secondo riguarda il suo modo di trattare le novità. A proposito del processo meteorologico introduce il concetto di “totalità monadica” e scrive a riguardo: “Questo concetto di totalità monadica di quei processi è dunque un concetto nuovo. Esso costituisce, nella sfera della dinamica, il parallelo del movimento dei corpi celesti nella meccanica.”[9]

Il dato che rovescia l’ordine. Rosenkranz, sulla questione dell’evoluzione, va oltre Hegel — e Michelet ricade dietro di lui.

Hegel aveva distinto la successione sistematica di gradi da uno sviluppo temporale. Rosenkranz afferma il contrario (§ 300): “L’ordine in cui la natura effettiva si sviluppa non è essenzialmente diverso dal cammino del sistema. La natura meccanica deve giungere a un compimento relativo prima di quella fisica, quella fisica prima di quella organica, perché la formazione della materia cosmica condiziona il processo meteorologico, e questo la vita individuale. Nella natura organica, a sua volta, l’esistenza del mondo vegetale condiziona quella degli animali erbivori, e l’esistenza degli animali a sangue caldo quella degli animali di preda.”

Al tempo stesso pone un limite, e il limite è ciò che è interessante: “Tuttavia, in questa successione bisogna pensare la natura come libera creatrice, che non si attiene ai paragrafi di un compendio, che non conclude pedantescamente qualcosa prima di passare a un’altra, ma che tenta, a partire dalla sua idea eterna, ciò che è possibile in ogni luogo e in ogni istante, senza preoccuparsi se possa durare.”

E un paragrafo prima: “Alla piena apparizione della natura vanno però conteggiati non solo i tipi tramontati, ma anche quelli futuri, che possono ancora svilupparsi dalla infinita flessibilità della vita organica” (§ 299).[10]

Per il 1850 questo significa: l’ordine sistematico è reale, la sua realizzazione però contingente, sovrapposta e incompiuta. Non è darwinismo. Nel § 301 Rosenkranz nega espressamente che “all’interno dello stesso individuo esistesse un processo di graduale trasformazione, come se il minerale diventasse pianta, la pianta animale, il verme insetto, l’insetto pesce, il pesce anfibio ecc.” Il punto decisivo sta nella restrizione: all’interno dello stesso individuo. Egli si oppone a una scala di trasformazione, non a una discendenza comune — che non poteva conoscere. La sua obiezione colpisce la metamorfosi lineare di tipi fissi, non la discendenza ramificata.

E in ciò sta il dato più tagliente di tutta questa linea: Michelet nel 1876 conosce Darwin — e ne limita la portata così fortemente che la tipologia non deve essere storicizzata. Rosenkranz nel 1850, senza meccanismo evolutivo, aveva il punto di partenza più aperto.

L’incontro con Darwin in Michelet non porta dunque al compimento della storia naturale aperta da Rosenkranz, ma alla sua difesa contraria.

Questo lo distingue da Michelet. Rosenkranz segnala dove introduce qualcosa di nuovo, e lo motiva mediante un’analogia — non mediante l’affermazione che era già presente. Chi procede così rende le proprie aggiunte verificabili.

Rosenkranz va oltre e chiama le cose col loro nome. Dice di aver usato a lungo l’Enciclopedia di Hegel come manuale, ma che la sua esecuzione diseguale e la polemica invecchiata lo avrebbero indotto alla rielaborazione. E la ragione principale sarebbe stata il progresso della ricerca naturale empirica dopo Hegel. La sua conclusione: “Non mi restò dunque altro, in mancanza di quasi ogni lavoro preparatorio, che rifondere l’intera filosofia della natura e darle una nuova forma.”

Notevole è a cosa si attenga in questo: allo scambio con i naturalisti della sua città — Baer, Bessel, Rathke a Königsberg. È lo stesso procedimento di Hegel, solo una generazione dopo e con interlocutori migliori.

Cosa mostra il confronto. Entrambi conservano il metodo e cambiano il contenuto. Con ciò dimostrano che la separazione di cui si occupa questo volume è possibile — ed entrambi sono oggi essi stessi superati.

Ciò restituisce la domanda: da cosa dipende che una rielaborazione invecchi, mentre il metodo no?

La risposta si legge in entrambe le opere, e riesce diversa da quella attesa.

Rosenkranz non conserva l’articolazione. Sostituisce la sequenza hegeliana meccanica — fisica — organica con materia — forza — vita, e ordina gli stadi ontologicamente anziché fenomenologicamente. Questa è una riforma dell’architettura, non solo del contenuto.

Michelet respinge proprio questa riforma. Sarebbe “del tutto da disapprovare” fare della forza il secondo stadio principale; la forza resterebbe qualcosa di “spettrale”. Egli torna all’articolazione di Hegel e la riempie con il materiale di un quarto di secolo in più.

Con ciò l’ordine atteso si rovescia: il più antico è il più incline alla sperimentazione, il più tardo il più conservatore — e ciò proprio sotto la pressione della teoria dell’evoluzione nel frattempo apparsa.

Cosa ne segue. Una rielaborazione non invecchia perché sostituisce il contenuto, ma perché resta immobile in un punto — e il punto è in entrambi lo stesso: entrambi lasciano che l’esperienza corregga i contenuti, ma non le categorie con cui si ordina. Rosenkranz ricostruisce l’architettura, ma per ragioni proprie, non empiriche; Michelet la ricostruisce indietro, anch’egli per ragioni proprie.

Questa è la ragione per cui questo volume non tenta alcuna rielaborazione. Esso chiede cosa resti del metodo se non si sostituisce il contenuto, ma se ne esamina la sostituibilità — e fissa ciò che mostrano i due predecessori: senza categorie capaci di revisione, ogni attualizzazione diventa una procedura di conferma.

VII. Gli storici: Neuser e Petry

Tra gli allievi e il presente si colloca un terzo modo di trattare quest’opera: rappresentarla e confrontarla con lo stato del sapere — quello del suo tempo e quello nostro. Wolfgang Neuser e M. J. Petry fanno questo; è per questo che sono i più sobri dei sei.


  1. Carl Ludwig Michelet, System der Philosophie, vol. 2: Die Naturphilosophie auf dem Grunde der Erfahrung, Berlino 1876, Prefazione, p. X. ↩︎

  2. Michelet, Naturphilosophie, § 165 (p. 3 sgg.). La citazione di Goethe proviene dalle Maximen und Reflexionen. ↩︎

  3. Michelet, op. cit., § 168 (p. 24). ↩︎

  4. Philosophische Enzyklopädie. Nürnberg 1812/13, trascritta da Meinel e Abegg, a cura di Udo Rameil, Amburgo 2002 (Vorlesungen, vol. 15), § 21 e la relativa nota. I dettati sottostanti erano già stati pubblicati da Rosenkranz nell’edizione per gli amici come Philosophische Propädeutik; ciò che è nuovo nell’edizione di Rameil è la trascrizione delle spiegazioni orali. ↩︎

  5. Michelet, op. cit., p. 344. ↩︎

  6. Michelet, op. cit., § 295 (p. 369). ↩︎

  7. Ibid., p. 473. ↩︎

  8. Karl Rosenkranz, System der Wissenschaft, Königsberg 1850, § 295 (p. 163). ↩︎

  9. Ibid., p. 257. ↩︎

  10. Rosenkranz, op. cit., §§ 299–301 (p. 166 sg.). ↩︎