Commento alla Filosofia del diritto, Capitolo 22

Il limite del meramente morale

Al grado più alto — coscienza e bene — si mostra la crisi della moralità in due direzioni, che vanno distinte con precisione, perché designano due problemi diversi.

Primo limite: la coscienza non conosce il bene da sé stessa. La coscienza è solo formale: vuole il bene, ma che cosa sia buono non lo sa da sé stessa. Ha il puro riferimento all’universale, ma nessun contenuto che le dica in che cosa consista l’universale nella situazione concreta. Se la coscienza si eleva a misura ultima e ritiene di non aver bisogno di nient’altro che di sé stessa, può legittimare tutto — anche il crimine, purché l’autore sia convinto di fare il bene. Questa è la diagnosi hegeliana del male: la volontà che pone la propria rappresentazione particolare del bene come universale e si taglia fuori dal mondo, che determinerebbe concretamente il bene. La moralità in quanto tale non può determinare da sé il contenuto del bene — essa rimanda oltre sé a una determinata forma di vita, in cui il bene è già sempre concepito quanto al contenuto in istituzioni, abitudini, pratiche condivise.

Secondo limite: la buona volontà senza strutture è impotente. Anche se la coscienza avesse riconosciuto correttamente il bene, non può da sé fare il bene riconosciuto. La buona volontà come mera volontà non muove nulla; ha bisogno di strutture, istituzioni, pratiche consolidate, in cui possa agire. Chi con la pura buona volontà ritiene di aver fatto tutto, trascura che la buona volontà senza queste strutture resta impotente — può voler cambiare ciò che non è in grado di cambiare, e così arrecare danno in nome del bene, perché trascura le condizioni dell’efficacia. Marx riprenderà questo dall’altro lato: l’indignazione morale per le condizioni sociali è legittima, ma inefficace, finché non coglie le condizioni strutturali che producono queste condizioni. Chi conosce le strutture, sa anche dove sta la leva; chi non le conosce, colpisce alla cieca.

Entrambi i limiti puntano nella stessa direzione. Da un lato il limite conoscitivo: la coscienza non conosce il contenuto del bene da sé; deve riconoscere dal mondo che cosa è buono. Dall’altro il limite attuativo: la buona volontà non può agire attraverso la pura interiorità; deve agire attraverso strutture. Entrambi appartengono insieme. Nel linguaggio della logica del concetto: la moralità è l’idea nella sua esistenza particolare (§ 33) — essa sa del bene, ma non può né determinarlo da sé quanto al contenuto né farlo da sé. Entrambi i limiti spingono la moralità oltre sé stessa: verso una sfera in cui il bene è già incarnato in istituzioni, e in cui queste istituzioni forniscono il mezzo tanto per il conoscere quanto per il volere del bene. Questo è il passaggio all’eticità. Ciò che Hegel qui compie è la cosa che Marx intende quando vuole sostituire la critica morale al capitalismo con l’analisi strutturale: la critica trova il suo fondamento non nell’interiorità del soggetto che critica, ma nella conoscenza delle strutture che producono ciò che viene criticato — e trova la sua efficacia nel cambiamento di queste strutture, non nella mera disdetta del consenso.

V. Eticità — La volontà nel mondo comune