I miti e le leggende di Hegel

Fonte: The Hegel Myths and Legends, a cura di Jon Stewart; pubblicato: North-Western University Press, 1996. Da Andy Blunden’s Hegel Pages atMIA (grazie!)

Introduzione

Quando si cerca la voce « Hegel » in un’opera di consultazione corrente, non è improbabile che si trovi una caratterizzazione di questo genere: « il processo triadico dalla tesi attraverso l’antitesi alla sintesi… si rivela essenziale alla filosofia di Hegel ». Allo stesso modo, non di rado tali opere di consultazione o testi introduttivi ci dicono che, secondo Hegel, « nella storia tutto accade secondo ragione ». Queste formule vengono spesso rafforzate nei corsi introduttivi, dove i consueti limiti di tempo e il grado di difficoltà dei testi hegeliani rendono pressoché impossibile trattare il suo pensiero con cura e responsabilità. Il risultato è che una manciata di concetti chiave o di slogan è venuta ad associarsi a Hegel e alla sua filosofia allo stesso modo in cui, per esempio, la celebre frase « penso, dunque sono » è venuta a essere considerata rappresentativa dello spirito dell’intero pensiero di Cartesio.

Questo ridurre a slogan non è di per sé necessariamente dannoso. Frasi o parole d’ordine simili si trovano per quasi ogni filosofo famoso, e si potrebbe perfino sostenere che assolvano una qualche rudimentale funzione pedagogica. Nel caso di Hegel, tuttavia, gli slogan o gli aneddoti sono assai più numerosi e di solito assai più malevoli che nel caso di altri filosofi. In verità, la reputazione di nessun altro grande filosofo ha subito un discredito così universale su una gamma di questioni così ampia come quella di Hegel. Per esempio, riguardo alla sua filosofia politica, la seguente opinione è tutt’altro che atipica nelle opere di consultazione non specialistiche: « Prendendo lo Stato prussiano dell’età della Restaurazione, in cui viveva, a modello della propria analisi razionale, egli parve sempre più incline a idealizzare la monarchia prussiana. Ciò che diceva dello Stato in generale, come manifestazione della volontà divina, sembrava applicarsi a questo Stato particolare. » Fraintendimenti negativi come questo servono soltanto a prevenire lo studente contro la filosofia di Hegel prima ancora che egli abbia intrapreso uno studio serio di essa. Perfino slogan apparentemente neutri o innocui, come la triade tesi-antitesi-sintesi, hanno un effetto avverso sulla giusta comprensione delle idee hegeliane. Questi slogan si sono sviluppati in ciò che gli specialisti hanno chiamato i « miti » o le « leggende » su Hegel. Sotto queste rubriche cadono i vari fraintendimenti o travisamenti, popolari o no, riguardanti la filosofia di Hegel.

Il problema costituito da questi fraintendimenti è reso più acuto dalla natura estremamente difficile dei testi stessi di Hegel. Il suo complesso sistema filosofico, espresso in una lingua impacciata, astratta e idiosincratica, è stato certamente una delle cause principali della disparità dei giudizi. Dove alcuni vedono profondità e originalità nell’oscurità, altri vedono semplicemente farfugliare e insensatezze. Il risultato dello stile opaco di Hegel e del suo vocabolario neologistico è che le sue opere restano in larga misura inaccessibili al non specialista. Di conseguenza, il testo primario è raramente consultato per confermare o confutare la legittimità di una data leggenda, e quando lo si consulta non sempre sembra fornire una risposta univoca. Perciò i miti sopravvivono e si rigenerano in assenza di un criterio accessibile di giudizio.

La frattura fra la comprensione popolare della filosofia di Hegel, prevenuta com’è spesso dai vari miti e leggende, e la comprensione specialistica del filosofo di professione crea una situazione difficile in aula. Gli studenti giungono a Hegel, come a pochi altri filosofi, pieni di fraintendimenti e di pregiudizi. Il docente di Hegel, d’altra parte, ha invariabilmente il proprio programma didattico da svolgere secondo gli obiettivi del corso. Il problema è che il genere di domande che scaturisce dai vari miti tende ad allontanarsi dagli obiettivi e dalla materia della maggior parte dei corsi. La presente raccolta mira, fra l’altro, ad attenuare difficoltà di questo tipo. Essa intende assolvere in primo luogo la funzione negativa di liberare lo studente e il lettore comune da questi vari miti su Hegel, in modo da sgombrare il terreno per uno studio serio della sua filosofia. Intende inoltre rendere avvertito l’incauto dei punti critici dei testi hegeliani che costituiscono tuttora oggetto di contesa fra gli specialisti. Lo scopo di questa antologia non è dunque soltanto di rettificare il quadro storico e di liberare il nome di Hegel da accuse ingiuste, ma anche di essere un aiuto al compito già difficile di insegnare Hegel.

In un saggio estremamente utile sulla didattica di Hegel, Robert Solomon suggerisce di aprire un corso su Hegel liberando gli studenti da qualunque fraintendimento essi possano aver sentito su di lui e sulla sua filosofia. È anche la strategia di parecchi libri su Hegel che dedicano a questo compito un’introduzione o un primo capitolo. Questo lavoro di liberare lo studente dai pregiudizi generali verso Hegel può essere svolto efficacemente con la presente raccolta. Limitarsi a catalogare i vari miti su Hegel per gli studenti e a dire loro che non sono altro che miti servirebbe a poco per mutare i fraintendimenti radicati. Nei saggi qui raccolti, invece, oltre a esposizioni accurate del pensiero di Hegel, lo studente troverà resoconti dettagliati dell’origine e dello sviluppo di questi fraintendimenti. Una volta messi a nudo i loro inizi, i vari miti perdono immediatamente credibilità. Questi saggi offrono resoconti storici della ricezione della filosofia di Hegel e della proliferazione dei vari nomi impropri. Si spera che essi servano da utili strumenti didattici e risparmino al docente parecchie sfortunate deviazioni in aula.

Come mostra il contenuto di questa raccolta, gli studiosi moderni dell’idealismo tedesco, a differenza della comprensione popolare, hanno raggiunto una misura insolita di consenso riguardo alla maggior parte di questi noti travisamenti dell’opera di Hegel. Coloro che hanno fatto dello studio di Hegel la propria specializzazione hanno respinto all’unanimità i vari miti su Hegel, al punto che essi hanno, nella maggior parte dei casi, cessato di essere oggetto di autentico dibattito accademico. La maggior parte di queste credenze esotiche, definite da Croce « per metà comiche e per metà disgustose », non ha alcun ragionevole fondamento nei testi hegeliani stessi. Benché vi sia un certo numero di miti su Hegel così madornali che nessuno studioso rispettabile darebbe loro credito, vi sono altri fraintendimenti che sfumano gradualmente nell’ambito della disputa legittima. Per esempio, nel campo della filosofia politica di Hegel e delle sue vedute sulla guerra, restano questioni interpretative vive intorno a leggende hegeliane significative. Lo scopo della presente raccolta è duplice: primo, smascherare e correggere una volta per tutte i più flagranti fra i miti su Hegel; e secondo, quando la questione è meno chiara, separare la versione mitica dalla sfera del dissenso giustificabile nell’ambito dell’interpretazione legittima di Hegel.

La problematica ricezione della filosofia di Hegel

La filosofia di Hegel è stata fonte di aspro dibattito fin dal suo sorgere. Già ai suoi tempi Hegel era divenuto una figura così controversa che la sua fama toccò entrambi gli estremi. Da un lato era profondamente venerato dai suoi allievi e da molti considerato il genio del proprio tempo. Fu salutato, per esempio, come « il moderno Aristotele » dal suo ammiratore britannico J. H. Stirling. Dall’altro, era apertamente deriso come sofista e ciarlatano da alcuni dei suoi rivali e colleghi, come Schopenhauer e il tardo Schelling. Da allora Hegel si è saldamente affermato come una delle figure più importanti nella storia delle lettere europee. La sua filosofia, che segna il crocevia della tradizione intellettuale moderna, ha dato vita a quasi tutte le grandi scuole del pensiero contemporaneo: fenomenologia, esistenzialismo, marxismo, teoria critica, strutturalismo, pragmatismo, ermeneutica e così via. Fino a tempi recentissimi, però, la sua influenza è rimasta quasi esclusivamente limitata ai circoli della filosofia continentale. Una delle ragioni di ciò sono stati i vari miti e leggende che circondano la sua filosofia e che continuano a godere di larga circolazione soprattutto nel mondo anglofono. Per comprendere lo sviluppo e la proliferazione di questi fraintendimenti dobbiamo gettare un breve sguardo alla ricezione storica della filosofia di Hegel.

Vi è negli Stati Uniti una tradizione hegeliana sorprendentemente lunga, che ebbe inizio con due centri principali a St. Louis e a Cincinnati. Fra i membri più importanti della scuola di St. Louis vi furono Henry Conrad Brokmeyer (1826-1906) e William Torrey Harris (1835-1909). Quest’ultimo fu il direttore del celebre Journal of Speculative Philosophy, che all’epoca fece da organo principale per la diffusione della filosofia greca classica e tedesca in America. Il gruppo di Cincinnati, che comprendeva August Willich (1810-78), John Bernard Stallo (1823-1900) e Moncure D. Conway (1832-1907), rappresentava la sinistra hegeliana nel continente americano. Questo allineamento si vede, per esempio, nelle vedute politiche socialiste di Willich, o nelle convinzioni religiose eterodosse di Conway. Questa tradizione americana dell’hegelismo, benché significativa per molti aspetti degli studi hegeliani e della vita culturale americana, fu tuttavia meno importante per lo sviluppo dei miti e delle leggende su Hegel nel mondo anglofono di quanto lo fu la storia della ricerca hegeliana in Gran Bretagna.

La ricezione di Hegel nella filosofia britannica è stata particolarmente complicata e problematica, giacché fu là che Hegel trovò alcuni dei suoi alleati più ferventi e insieme dei suoi critici più ostili. I primi importanti espositori della filosofia hegeliana in Gran Bretagna furono T. H. Green (1836-82) ed Edward Caird (1835-1908). Green impiegò argomenti idealistici contro alcuni dei classici della filosofia britannica, come l’empirismo di Locke e di Hume. La sua opera principale, i Prolegomena to Ethics, rimase incompiuta alla sua morte. Edward Caird, invece, pensatore più sistematico ed espositore più vigoroso del suo vecchio amico Green, produsse in vita un vasto corpo filosofico. Fra i suoi scritti giovanili vi è A Critical Account of the Philosophy of Kant and Hegel. Le altre due sue opere significative, The Evolution of Religion e The Evolution of Theology in the Greek Philosophers, riflettono fortemente la metodologia hegeliana nel loro tentativo di seguire il movimento concettuale delle idee teologiche attraverso le loro molteplici forme storiche. Come Hegel, egli cercò di unire antiche coppie di opposti della tradizione filosofica, quali libertà e necessità, soggetto e oggetto, ragione e passione.

La seconda generazione di studiosi di Hegel in Gran Bretagna fu costituita, fra gli altri, da F. H. Bradley (1846-1924) e Bernard Bosanquet (1848-1923). L’influente indagine di Bradley, Ethical Studies, mostra il marcato influsso della teoria morale hegeliana. In quell’opera egli esamina diversi aspetti della concezione hegeliana della Sittlichkeit, ossia dell’eticità. Si serve poi di questo resoconto del radicamento dei principi morali nelle comunità storiche per criticare l’individualismo astratto dell’utilitarismo e del liberalismo classico. L’influente saggio di Bosanquet, « Logic as the Science of Knowledge » (1883), rivela invece l’influsso della teoria logica e metafisica di Hegel. Bosanquet vi critica la netta distinzione fra giudizio e inferenza e fra deduzione e induzione. Cerca inoltre, in spirito hegeliano, di mostrare l’unità sistematica di diverse proposizioni logiche. Da questa generazione di studiosi di Hegel vennero i maestri di coloro che avrebbero fondato la filosofia analitica, come Russell, Moore e altri.

J. M. E. McTaggart (1866-1925) elaborò, su linee hegeliane, una propria teoria dell’idealismo, che offrì un bersaglio pronto alla nascente filosofia analitica. Dopo i suoi primi lavori esegetici su Hegel, quali Studies in the Hegelian Dialectic (1896), Studies in Hegelian Cosmology (1901) e A Commentary on Hegel’s Logic (1911), McTaggart applicò la metodologia hegeliana per costruire un proprio sistema filosofico nella sua opera maggiore, The Nature of Existence (vol. 1, 1921; vol. 2, 1927). Vi sviluppò una teoria di una realtà spirituale ultima, concepita come un aggregato reificato di menti individuali. La forma stravagante e metafisica di hegelismo di McTaggart ne fece un oggetto privilegiato della critica dei primi filosofi analitici, e fu la sua posizione che per molti divenne sinonimo di quella di Hegel stesso.

La nascita del positivismo logico e della filosofia analitica britannica sul finire del secolo è stata analizzata dagli storici delle idee soprattutto come effetto del rifiuto della generazione degli studiosi britannici di Hegel, cui appartenevano Bradley e McTaggart, in favore di un metodo filosofico più « rigoroso », che privilegiava l’analisi e si accordava meglio con la matematica o la linguistica. Tanto Russell quanto Moore furono idealisti convinti negli anni giovanili, e questa convinzione di gioventù divenne, come spesso accade, il bersaglio della critica più accanita nella maturità. Questo passaggio intellettuale è segnato dalla pubblicazione del saggio di Moore « Refutation of Idealism » nel 1903. Man mano che la filosofia analitica cresceva e prendeva forma propria, si irrigidirono le distinzioni fra, da un lato, le varie scuole della filosofia continentale, che facevano risalire le proprie origini a Hegel, e, dall’altro, la nuova filosofia analitica, che respingeva categoricamente Hegel e i suoi seguaci.

Oltre a ragioni di portata filosofica come queste, intervennero più tardi parecchie ragioni storiche, e forse meno razionali, nel rifiuto della filosofia hegeliana in Inghilterra e in America. Durante le guerre mondiali la fortuna di Hegel, come quella di molti pensatori tedeschi, toccò il minimo nel mondo anglofono. Dapprima nell’ostile The Metaphysical Theory of the State di L. T. Hobhouse, la « perniciosa dottrina » di Hegel fu resa responsabile dei mali della Prima guerra mondiale. Più tardi Karl Popper riprese là dove Hobhouse aveva lasciato e svolse la stessa funzione, addossando a Hegel le atrocità della Seconda guerra mondiale. Egli galvanizzò il sentimento già negativo verso Hegel e lo diffuse oltre ogni precedente misura con il suo noto libro The Open Society and Its Enemies. Nel secondo tomo di quell’opera Popper, in tono piuttosto sfrenato, sostiene che la filosofia politica di Hegel non equivale a nulla di meno che a un totalitarismo bell’e buono, con certe affinità con la Germania nazista. Così Hegel, come Nietzsche, subì la sorte di essere bollato come precursore del nazionalsocialismo tedesco, e questa sfortunata associazione ebbe un impatto profondo in quel particolare momento storico. Questa lettura, giustamente criticata, fu nondimeno accolta acriticamente, malgrado i suoi difetti scientifici, da parecchi studiosi su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Il gelo fra filosofia analitica e continentale cominciò a poco a poco a sciogliersi, grazie in larga misura, e involontariamente, al lavoro di P. F. Strawson. Con il suo libro The Bounds of Sense egli rese il servizio di far accettare nel mondo anglofono una piccola parte della filosofia europea. In quel libro Strawson analizzava il classico kantiano, la Critica della ragion pura, e mostrava come Kant fosse in realtà impegnato in una serie di questioni epistemologiche rilevanti per il programma di ricerca della filosofia analitica dell’epoca. Poiché Strawson godeva già di solida reputazione nel campo analitico, il suo nome contribuì a spingere l’opera di Kant nella discussione corrente della tradizione analitica. Kant divenne un tema filosoficamente legittimo in America e in Inghilterra, e accanto al già esistente corpo di letteratura tedesca sorse un secondo corpo indipendente di studi kantiani in inglese. Mentre Kant godeva di questa specie di ritorno nei circoli della filosofia analitica, Hegel rimase nell’ombra. Nessun filosofo analitico affermato scrisse sulla sua filosofia né cercò di introdurlo nell’ovile analitico. In questo periodo i pregiudizi contro di lui continuarono a crescere, ed egli fu raramente rappresentato in aula o nelle riviste specialistiche.

Benché la reputazione di Hegel abbia sofferto in modo più marcato nel mondo anglofono, la sua opera non ha tuttavia ricevuto, su alcune questioni, un’accoglienza molto più equa nel continente stesso. In Germania la pubblicazione di Hegel und seine Zeit di Rudolf Haym nel 1857 fu forse l’evento più importante nella ricezione della filosofia hegeliana per parecchi anni a venire. Haym, critico virulento di Hegel, inveì soprattutto contro la teoria politica e la filosofia della storia del filosofo, sostenendo che Hegel aveva scritto la propria teoria dello Stato per giustificare e legittimare l’oppressivo ordine politico prussiano del suo tempo. Secondo Haym, l’affermazione hegeliana che l’effettuale è razionale non equivaleva a nulla di meno che a una schietta apologia dello status quo reazionario prussiano. Secondo questa veduta, Hegel, godendo di una cattedra prestigiosa e comoda a Berlino dopo una carriera faticosa e di umili inizi, avrebbe semplicemente sacrificato la propria integrità filosofica e messo le proprie capacità intellettuali al servizio delle autorità prussiane durante il delicato periodo di agitazione politica seguito al Congresso di Vienna. Benché la tesi di Haym sia stata spesso e decisamente confutata da analisi filosofiche e storiche più rigorose, la veduta di Hegel come filosofo ufficiale dello Stato prussiano godette nondimeno di largo seguito in Germania prima di divenire celebre nel mondo anglofono. L’opinione che Hegel fosse un reazionario politico continua fino a oggi a trovare sostenitori nel mondo accademico tedesco.

Dopo l’opera di Haym, le lezioni berlinesi di Schelling degli anni Quaranta dell’Ottocento vanno considerate come uno degli influssi negativi più decisivi sulla ricezione della filosofia hegeliana in Germania. Benché Hegel e Schelling fossero amici di gioventù — alloggiavano insieme come studenti di teologia a Tubinga e più tardi collaborarono al Giornale critico della filosofia come colleghi a Jena — col tempo si estraniarono a poco a poco, e le loro critiche reciproche divennero sempre meno velate. Nel 1841, dieci anni dopo la morte di Hegel, Schelling, il fanciullo prodigio di un tempo che aveva visto la propria influenza declinare in modo decisivo mentre cresceva quella di Hegel, ottenne una cattedra prestigiosa a Berlino. Nelle sue lezioni berlinesi, seguite fra gli altri da Marx e Kierkegaard, Schelling criticò e caricaturò senza pietà vari aspetti del pensiero hegeliano. Molti miti su Hegel nati dall’amarezza di Schelling si diffusero rapidamente per il tramite dei suoi celebri allievi. Come scrive un autore: « Attraverso Kierkegaard, legioni di lettori del Novecento che a stento conoscono il nome di Schelling hanno finito col dare per storicamente esatta la sua caricatura astiosa di Hegel. »

In Francia le lezioni tenute alla Sorbona negli anni Trenta dall’emigrato russo Alexandre Kojève rappresentano senza dubbio l’evento chiave negli studi hegeliani francesi. L’interpretazione di Kojève, provocatoria e a tratti del tutto fuorviante, fu la fonte principale di informazione sulla filosofia di Hegel per l’intera generazione postbellica di intellettuali francesi. Le figure chiave della fenomenologia, dell’esistenzialismo e del marxismo francesi, quali Raymond Aron, Maurice Merleau-Ponty, Georges Bataille e Jacques Lacan, erano tutti presenti alle lezioni di Kojève e svilupparono poi in varie direzioni, secondo i propri programmi di ricerca, l’interpretazione di Hegel che vi avevano ricevuto. Quelle lezioni, raccolte e pubblicate in seguito da Raymond Queneau nel 1947, rimasero influenti per generazioni di studiosi francesi molto dopo la morte di Kojève. L’interpretazione offerta da Kojève non era ostile a Hegel come lo erano state quelle di Haym, di Schopenhauer e del tardo Schelling, ma era piuttosto idiosincratica e conteneva un programma filosofico estraneo a quello di Hegel. La lettura di Kojève si concentrava quasi interamente sulla Fenomenologia e sulla dialettica di « signoria e servitù » che vi si trova, contribuendo molto a rendere celebri tanto quel testo quanto quel capitolo. Kojève sembra aver preso molto dall’opera del suo compagno di emigrazione Alexandre Koyré, soprattutto per quanto riguarda l’accento posto da quest’ultimo sulle presunte affermazioni di Hegel intorno alla fine della storia. Tali affermazioni trovavano chiare affinità nella teleologia della teoria marxista, dove Kojève era più a suo agio. L’opinione che Hegel vedesse la fine della storia nel proprio tempo o nel proprio sistema filosofico ha avuto la sua accettazione più diffusa in Francia per l’influsso di questi due uomini. Benché nella letteratura queste vedute problematiche siano state da tempo corrette e riviste da studiosi francesi di Hegel più accurati, come Hyppolite e Labarrière,1 esse restano nondimeno assai diffuse nell’opinione comune.

I miti e le leggende su Hegel

In conseguenza di alcuni dei fattori storici e delle influenti caricature e interpretazioni erronee di cui ho parlato, sorsero parecchi dei cosiddetti miti o leggende sulla filosofia di Hegel, che trovarono terreno fertile per attecchire e prosperare. Col tempo essi si sono trasformati in una sorta di sapere comune fra gli studenti e i non specialisti. Non posso pretendere qui di riferire in modo esauriente tutti i deplorevoli fraintendimenti che hanno afflitto la ricezione della filosofia hegeliana; tuttavia, in quel che segue, presentando i saggi raccolti in questo volume, catalogo le caricature di Hegel e della sua filosofia che sono state più diffuse.

Il mito del razionale e dell’effettuale

si sostiene spesso che Hegel, proseguendo nello spirito di Leibniz, fosse l’ottimista per eccellenza, una specie di Candide tedesco, convinto che tutto ciò che esiste sia buono. Questo mito viene di solito fatto risalire all’affermazione hegeliana, nella prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto e nell’introduzione all’Enciclopedia, che il razionale è effettuale e l’effettuale razionale. Questa frase contestata, controversa già ai tempi di Hegel, si sovrappone a parecchie altre leggende hegeliane, in particolare nel campo della sua filosofia politica. Il passo problematico riguardante l’effettuale e il razionale è affrontato e interpretato direttamente da tre diversi commentatori nella presente raccolta.

Anzitutto l’articolo di M. J. Jackson, mentre offre una panoramica estremamente utile della letteratura e delle varie posizioni assunte su questa questione, propone un’interpretazione e una difesa dell’affermazione di Hegel nel suo contesto politico. Jackson mira soprattutto a confutare le interpretazioni erronee proposte da Popper e da altri nella tradizione filosofica angloamericana. Il suo saggio serve così da introduzione utile e accessibile a questa questione e prepara la sezione successiva della raccolta, dedicata ai principali miti e leggende sulla filosofia politica di Hegel.

Yirmiahu Yovel, autore di parecchie opere su Kant e Hegel, interpreta l’espressione hegeliana in senso ontologico. Yovel, insistendo sulla gerarchia hegeliana che pone il sapere filosofico al di sopra di quello religioso, cerca di dar senso al detto contestato mediante un’interpretazione del significato delle categorie della Logica hegeliana, quali Sein, Dasein, Existenz, Wirklichkeit e così via. Questo articolo completa bene il contributo conclusivo di questa sezione, dovuto a Emil Fackenheim, in quanto rappresenta l’elaborazione di quella che si potrebbe chiamare una versione secolare di alcune delle conclusioni di Fackenheim.

Fackenheim, autore dell’influente studio The Religious Dimension in Hegel’s Thought, interpreta il celebre detto in un contesto religioso. Secondo la sua veduta, il razionale diviene effettuale, per Hegel, nel corso della storia con il sorgere e il diffondersi del cristianesimo. Ciò che ancora si richiede è la comprensione filosofica secolare di questo evento storico-universale. Per Fackenheim, dunque, l’interpretazione corretta dell’affermazione hegeliana è quella che ne coglie insieme il significato religioso e quello filosofico.

Il mito di Hegel teorico del totalitarismo o apologeta della Prussia

Di tutti gli aspetti del pensiero multiforme di Hegel, è probabilmente la sua teoria politica ad aver attirato le critiche più velenose. La sua filosofia politica, come si è detto sopra, è stata rimproverata per la sua presunta accondiscendenza verso le autorità prussiane, per il suo implicito nazionalismo tedesco o prussiano, e per il suo ruolo di precorritrice del totalitarismo o del fascismo moderni. Sono qui inclusi alcuni articoli, ciascuno dedicato a confutare uno o più dei miti riguardanti la filosofia politica di Hegel.

Lo studioso tedesco Henning Ottmann, noto per i suoi ambiziosi studi interpretativi su Hegel, ripercorre la storia della ricezione della filosofia politica hegeliana attraverso le epoche. Egli mostra istruttivamente come ogni generazione e ogni nuovo movimento politico abbia tentato di presentare Hegel come alleato del proprio credo particolare. Ne è risultata l’associazione ingiustificata del nome di Hegel con parecchie cause politiche poco raccomandabili, molte delle quali egli non aveva mai sentito nominare. Il resoconto di Ottmann costituisce una panoramica estremamente utile della varietà di leggende sul pensiero politico di Hegel.

Come si è visto sopra, soprattutto per l’influsso dell’interpretazione di Haym, Hegel è stato considerato il filosofo ufficiale di corte dello Stato prussiano, che non si limitò ad avallarne il regime reazionario e repressivo, ma ne fu l’ideologo filosofico. T. M. Knox, noto per la sua eccellente traduzione inglese dei Lineamenti di filosofia del diritto, affronta la questione dell’accondiscendenza di Hegel verso le autorità prussiane, da un lato collocando lo sviluppo della filosofia politica hegeliana nel suo giusto contesto storico e, dall’altro, analizzando con cura parecchi passi contestati del testo hegeliano. Il suo saggio è inteso in larga misura come risposta all’aspra condanna di Hegel formulata da E. F. Carritt in Morals and Politics. Knox mostra in modo convincente che lo Stato razionale delineato da Hegel nei Lineamenti ha poco a che vedere con l’ordine politico prussiano del tempo.

Il trattamento caustico riservato a Hegel da Karl Popper, come si è detto sopra, ha fatto molto per offuscare la reputazione del filosofo nel mondo angloamericano. La risposta più potente e più serrata all’interpretazione hegeliana di Popper viene da Walter Kaufmann. Oltre alla sua nota opera su Nietzsche, Kaufmann fu anche autore di un libro influente e molto leggibile su Hegel. Benché quello studio non regga il confronto con lavori più recenti quanto a rigore scientifico, esso fece molto per rendere Hegel rispettabile nel mondo angloamericano in un momento in cui la filosofia analitica era al suo apice. Nel saggio qui scelto, Kaufmann affronta direttamente e confuta in modo definitivo il contributo ingiurioso di Popper alle leggende politiche, mettendo eloquentemente a nudo le distorsioni poppériane delle vedute hegeliane.

Secondo una veduta apocrifa, la teoria hegeliana dello Stato equivale a un semplice totalitarismo in cui gli individui sono schiacciati e non hanno significato in sé. Franz Grégoire, autore degli Études hégéliennes, fu un importante ma poco noto espositore della filosofia di Hegel nel mondo francofono. Nel suo primo contributo a questa raccolta egli risponde all’affermazione del filosofo cattolico francese Jacques Maritain, secondo cui lo Stato hegeliano equivarrebbe a un totalitarismo che non riconosce all’individuo alcun diritto o valore intrinseco, e il cui potere è assoluto e illimitato. Grégoire replica alla prima accusa delineando la concezione hegeliana dello Stato come organismo in cui l’individuo e lo Stato stanno in rapporto reciproco, essendo ciascun termine fondamentale e necessario per il tutto. La seconda accusa è del pari respinta quando Grégoire ci ricorda che l’autorità dello Stato hegeliano è limitata sotto molti aspetti, per il fatto che esso è obbligato a riconoscere le libertà soggettive dei propri cittadini.

Malgrado un’immensa mole di testimonianze biografiche in contrario, si è spesso affermato che Hegel fosse un precursore del nazionalismo tedesco. Questa veduta è, naturalmente, a un passo soltanto dalle interpretazioni che vedono in Hegel o un apologeta della Prussia o un precursore della Germania nazista. Questa leggenda è affrontata da Shlomo Avineri, riconosciuto come la massima autorità nel campo della filosofia politica di Hegel nel mondo anglofono fin dalla pubblicazione del suo studio ormai classico, Hegel’s Theory of the Modern State. Il suo articolo risponde efficacemente al mito di Hegel nazionalista, seguendo e mettendo a nudo con cura lo sviluppo di questo mito fin dalla sua origine. Insieme, questi articoli rappresentano le migliori risposte ai miti politici centrali che hanno circondato la filosofia hegeliana.

Il mito che Hegel glorificasse la guerra

Una delle questioni più sottili relative al pensiero politico di Hegel riguarda le vedute genuinamente ambigue del filosofo sulla guerra. Coloro che vorrebbero vedere in Hegel un teorico del totalitarismo o un ideologo fascista sostengono che le sue vedute fossero fondamentalmente militaristiche e che egli glorificasse la guerra come una conquista umana. Benché questa caricatura sia stata universalmente respinta, resta ampio spazio per un dibattito legittimo sulla questione interpretativa di quale sia esattamente la posizione di Hegel in materia di guerra e di relazioni internazionali. Data la sottigliezza della questione e la gravità dell’accusa, una sezione separata di questa raccolta è stata dedicata a rispondervi. Su questo tema esiste un’ampia letteratura, e in questa raccolta sono stati scelti quattro fra i migliori articoli, tutti dedicati ai passi chiave dei Lineamenti di filosofia del diritto in cui Hegel offre un’analisi filosofica del fenomeno della guerra. Gli autori delimitano con cura il mito dall’ambito dell’interpretazione attendibile, e all’interno di quest’ultimo vengono avanzate e argomentate alcune vedute diverse.

Il lucido contributo di Avineri a questa questione completa bene il suo primo saggio della raccolta. Qui egli sviluppa ulteriormente la propria interpretazione dello Stato hegeliano, sostenendo che esso è nei suoi principi fondamentali compatibile con la democrazia liberale. La sua conclusione sulla questione in esame è che le vedute di Hegel sulla guerra non possono a buon diritto essere interpretate come militaristiche né come sostegno ideologico di una politica estera espansionistica o imperialistica. Anzi, poiché Hegel si occupa del concetto stesso di guerra e non di una guerra particolare, le sue vedute non possono essere giustamente chiamate al servizio di cause politiche particolari come il nazionalismo. Avineri mostra come Hegel, a differenza di molti suoi contemporanei, respingesse la distinzione fra guerre giuste e ingiuste, eliminando così il concetto stesso delle prime.

D. P. Verene, noto fra l’altro per la sua indagine sulla Fenomenologia e per la sua raccolta sulla teoria politica di Hegel, sostiene che occorre andare oltre un resoconto della filosofia politica hegeliana, fino al sistema complessivo e alla metodologia generale di Hegel, per dar senso alle affermazioni del filosofo sulla guerra, che prese per sé risultano inconcludenti. Egli cerca di evitare le linee interpretative tradizionali e le polemiche che le accompagnano intendendo la metodologia hegeliana come una terza via, che evita tanto un resoconto meramente prescrittivo quanto uno meramente descrittivo della guerra.

Nel suo saggio notevolmente conciso e schietto, Errol E. Harris fa risalire le vedute hegeliane sulla guerra al resoconto della sovranità degli Stati che Hegel dà nei Lineamenti di filosofia del diritto. L’analisi di Harris comincia con la convincente confutazione dell’acrimoniosa interpretazione poppériana, secondo cui Hegel avrebbe identificato la sovranità nazionale con la persona del monarca, sostenendo così un semplice dispotismo. Egli mostra poi come la veduta hegeliana della sovranità degli Stati conduca a una concezione sobria delle relazioni internazionali e della guerra. Ben lungi dal glorificare la guerra, Hegel, secondo Harris, ne diede un resoconto filosofico disincantato che, lungi dall’essere superato, rispecchia tuttora in larga misura molte delle sfortunate realtà politiche dei nostri giorni.

Il tratto caratteristico del resoconto che Steven Walt dà del trattamento hegeliano della guerra è il tentativo di ritagliare una posizione intermedia fra, da un lato, vedute espressamente negative come quella di Popper, secondo cui la guerra è per Hegel un bene in sé, e, dall’altro, quelle che egli considera vedute positive senza riserve, come quella di Avineri, secondo cui Hegel avrebbe di fatto condannato la guerra. Walt sostiene che Hegel, pur non glorificando né esaltando mai la guerra come afferma Popper, la vede nondimeno come qualcosa di necessario, che discende direttamente dal suo resoconto del rapporto degli individui con lo Stato e dalle sue vedute sulla sovranità dei singoli Stati.

Il mito della fine della storia

Per l’influsso di Kojève e di Koyré esiste, in particolare negli studi hegeliani francesi, la credenza diffusa che Hegel ritenesse che il tempo si sarebbe fermato e la storia sarebbe giunta alla fine, o che egli vedesse la fine della storia nel proprio sistema filosofico. Un ulteriore fattore che ha contribuito a questa leggenda hegeliana fu una battuta di Nietzsche, secondo cui Hegel, in un accesso di vanità, avrebbe pensato che la storia raggiungesse il proprio punto finale nel momento in cui egli ottenne la tanto desiderata cattedra a Berlino.42 Di recente il libro sorprendentemente popolare di Fukuyama ha riportato questo mito hegeliano sotto gli occhi del pubblico, tentando di difendere l’affermazione di Hegel sulla fine della storia alla luce delle rivoluzioni politiche europee del 1989 e di ciò che egli considera il raggiungimento della perfezione dello Stato liberaldemocratico.43 Nella presente raccolta il mito della fine della storia è affrontato da tre diversi articoli di studiosi affermati.

Il contributo di Philip T. Grier affronta i fraintendimenti popolari sulla fine della storia diffusi di recente dall’opera di Fukuyama. Egli mostra come Fukuyama prenda acriticamente l’interpretazione idiosincratica offerta da Kojève per un resoconto fedele delle vedute hegeliane sulla storia. Nella sua confutazione di Fukuyama, Grier ci offre un’eccellente panoramica di questa tradizione di fraintendimento di Hegel che comincia con Koyré e Kojève.

L’illustre studioso tedesco di Hegel Reinhart Klemens Maurer ha dedicato a questa stessa questione gran parte della propria carriera filosofica. Il saggio approfondito qui incluso è forse l’enunciazione più concisa delle conclusioni di Maurer, che ricevono trattazione completa nel suo libro Hegel und das Ende der Geschichte. Nel suo saggio Maurer isola con cura i vari significati del concetto di « fine della storia » che sono circolati, e tenta poi di stabilire se qualcuno di questi significati possa essere correttamente attribuito a Hegel.

Infine il noto studioso di Hegel H. S. Harris, celebrato per i suoi studi rigorosi e dettagliati sulla filosofia hegeliana fino alla Fenomenologia, offre un’altra prospettiva sulla questione. Harris comincia mostrando come gran parte della filosofia hegeliana della storia possa essere vista come uno sviluppo della nozione kantiana di storia universale. Collocando la concezione hegeliana della fine della storia in un contesto kantiano, il saggio di Harris funge da utile complemento ai due studi precedenti. Come Grier, anche Harris prende posizione contro l’interpretazione tendenziosa di Hegel data da Fukuyama. Egli dimostra efficacemente la povertà del resoconto di Fukuyama e mostra che ciò che Hegel intende per « fine della storia » non concorda in alcun modo con l’elogio incondizionato della democrazia liberale occidentale fatto da Fukuyama. Il saggio di Harris è particolarmente leggibile e stimolante per il modo in cui integra eventi e questioni politiche attuali nella sua analisi della teoria hegeliana.

Il mito che Hegel negasse il principio di non contraddizione

Si afferma spesso, nella tradizione angloamericana che si vanta del proprio rigore metodologico e della propria deferenza verso la logica formale, che Hegel abbia scioccamente negato il principio di non contraddizione. Alcuni filosofi analitici, come Bertrand Russell, sono giunti a questa conclusione per un’interpretazione errata del metodo dialettico hegeliano, che a loro dire risolverebbe tutti i dualismi e le opposizioni semplicemente non riconoscendo la contraddizione implicata in enunciati semplici come « P e non P ». Se ne dedurrebbe che Hegel sarebbe stato miseramente bocciato a un corso introduttivo di logica. Questa leggenda hegeliana è affrontata da due diversi saggi della raccolta.

Robert Pippin, apprezzato fra l’altro per il suo studio seminale Hegel’s Idealism: The Satisfactions of Self-Consciousness, riferisce questo mito e si concentra sulla nozione di contraddizione come categoria logica nella Logica hegeliana. Nella sua analisi della Wesenslogik, dove compare la dottrina contestata, Pippin cerca di dipanare parte della terminologia filosofica più oscura di Hegel, quale « negazione determinata » e « Aufhebung ». Su questa base egli propone un’interpretazione correttiva della nozione di contraddizione secondo la veduta dialettica hegeliana.

Nel suo saggio, Robert Hanna completa l’analisi di Pippin della dottrina hegeliana della contraddizione. Hanna indica i diversi livelli concettuali della logica secondo Hegel, il che gli permette di dar senso alla critica hegeliana della logica dei suoi predecessori. Ben lungi dal negare qualsiasi principio logico in quanto tale, la critica di Hegel equivale a reinterpretarli da un punto di vista superiore. Hanna analizza con cura il resoconto hegeliano del giudizio, del sillogismo e della contraddizione, e mette a tacere l’opinione che Hegel respingesse il principio di non contraddizione.

Miti vari

Oltre ai miti e alle leggende hegeliane finora discussi, che si prestano a una qualche classificazione, vi sono parecchi fraintendimenti sulla filosofia di Hegel che stanno da sé e vanno affrontati singolarmente. L’ultima sezione di questa raccolta è dedicata a questi miti hegeliani vari.

L’ignoranza generale riguardo alla filosofia della natura di Hegel, nella dissertazione inaugurale De Orbitis Planetarum e nel secondo libro dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche, ha dato origine ad alcune influenti interpretazioni erronee. La sua teoria delle scienze naturali è caduta in particolare discredito per il presunto tentativo di dimostrare a priori che i pianeti fossero soltanto sette, il che risultò particolarmente imbarazzante data la scoperta di Urano nel 1781, di cui Hegel a quanto pare non era al corrente. Così, in un caso esemplare di razionalismo impazzito, si ritiene che Hegel, lavorando con un metodo puramente non empirico, abbia erroneamente dedotto la necessità del numero dei pianeti del sistema solare. Questo mito è trattato concisamente da Bertrand Beaumont, il quale dimostra che esso non ha alcun fondamento nei testi hegeliani.

Una leggenda che tocca insieme la teoria politica di Hegel, la sua metafisica e la sua filosofia della religione è l’opinione che Hegel divinizzasse lo Stato e vi vedesse Dio in terra. Questo mito, come alcuni di quelli discussi sopra, sembra attribuire a Hegel una forma di totalitarismo politico. Il secondo saggio di Franz Grégoire offre un attacco su due fronti a questo mito della divinità dello Stato. Anzitutto, servendosi di quello che chiama il « metodo filologico », Grégoire analizza la difficile lingua di Hegel e conclude che ciò che Hegel intende per « divino » nel contesto in questione ha poco a che vedere con l’uso corrente. « Divino » è piuttosto per Hegel un termine applicato a qualunque cosa manifesti una qualche forma di razionalità: gli esseri umani, la storia, la natura e così via. In secondo luogo, Grégoire discute il sistema hegeliano nel suo insieme e vi isola la teoria dello Stato e il resoconto della religione. Determinando i ruoli svolti dai vari membri del sistema, Grégoire conclude qui, come nel primo saggio, che l’individuo e lo Stato stanno in un rapporto organico reciproco, e che dunque l’individuo ha un valore necessario e fondamentale, che sta alla pari con quello dello Stato.

Si afferma inoltre, perfino da parte di alcuni entusiasti sostenitori di Hegel come McTaggart e Stace, che il metodo argomentativo dialettico di Hegel assuma la forma della triade tesi-antitesi-sintesi. Questo è fra i più celebri di tutti i miti hegeliani e, come già si è visto, si trova tuttora senza fatica in enciclopedie e manuali di filosofia. Se gli studenti « sanno » una cosa di Hegel, di solito è questa. Nel suo saggio Gustav Mueller, autore di parecchie opere su Hegel, smaschera in modo inconfutabile questa leggenda per ciò che è, facendo risalire la deplorevole diffusione di tale veduta a Marx, che la ereditò da un certo Heinrich Moritz Chalybäus, espositore da tempo dimenticato della filosofia di Kant e di Hegel.

Da ultimo, esiste la credenza diffusa che Hegel fosse un arcirazionalista. Secondo questo fraintendimento, egli sarebbe l’ultimo respiro del razionalismo prima dell’avvento dei cosiddetti irrazionalisti come Schopenhauer e Freud e degli esistenzialisti come Kierkegaard e Nietzsche. Secondo questa veduta, Hegel è considerato un ingenuo prodotto dell’Illuminismo, convinto che la ragione potesse vincere tutto e che nella storia tutto sia in ultimo razionale. Di qui il nome improprio secondo cui, come scrive un autore, « Hegel è l’antipodo dell’esistenzialismo ». « Il mito della ragione in Hegel » cerca di sradicare questa leggenda hegeliana indicando certe continuità fra Hegel e la tradizione irrazionalista o esistenzialista, che dimostrano la disincantata consapevolezza hegeliana del lato negativo e distruttivo della ragione.

Negli ultimi decenni si è avuta una fioritura di letteratura su Hegel nel mondo della filosofia angloamericana. La cosiddetta rinascita hegeliana è in pieno svolgimento, in particolare in America. Di fronte a questo rinnovato interesse per Hegel, nondimeno, parecchi dei medesimi pregiudizi irriducibili persistono. I nuovi commentatori di Hegel si trovano davanti a un pubblico di lettori che sa poco di Hegel e soffre ancora dei numerosi fraintendimenti derivanti dai vari miti e leggende. È giunto il momento di correggere una volta per tutte questi pregiudizi di lunga data, e per fortuna i mezzi per farlo sono oggi a nostra disposizione.